Rassegna Stampa #19

Rassegna Stampa #19

06/12/2017

SOURCE: Corriere Milano
Author: Stefano Landi

La squadra ha vinto tre scudetti in quattro anni ma in città non ha un campo per le partite. Un team di cingalesi e pakistani con un solo italiano

In assenza di spogliatoi, si cambiano a bordo campo, prima che inizi l’amichevole. Chiudendo un occhio davanti all’eleganza del gioco, lontani dalla via britannica allo sport più antico del mondo. Il cricket qui a Milano ha assunto soprattutto tinte sociali. Perché i Milan Kingsgrove Cricket Club, detentori del titolo italiano, sono una squadra non solo di gentleman ma soprattutto di immigrati che vince ogni giorno il gran premio dell’integrazione. Uno lavora in una agenzia di viaggi, un altro fa l’operaio, tanti sono portinai. Ci sono studenti e imprenditori. Un mix di etnie e nazionalità, tra pachistani, cingalesi, indiani, per rispondere in pieno alla positività richiesta dalla filosofia del cricket, che impone l’assoluto rispetto dell’avversari, figuriamoci del compagno di squadra.

Il 23 luglio scorso è arrivato il terzo scudetto negli ultimi quattro anni. Il Saini tre volte a settimana è il campo di allenamento, ma per la verità è un prestito di Faso, bassista di Elio e le Storie Tese e dell’Ares Milano, la sua squadra di baseball. Le partite ufficiali in casa, i Kingsgrove sono costretti a giocarle in trasferta, a Settimo Milanese. «Da anni ci battiamo perché la squadra di cricket di Milano possa meritarsi un campo in città», spiega Thilini Indipolage, 30 anni, presidente del club. Thilini, dopo la laurea al Politecnico, a Milano lavora come ingegnere gestionale, ma è cresciuta a riso e cricket («Gioco anche ma purtroppo ultimamente non esiste più la squadra femminile»). Perché papà Kamal non solo è l’allenatore: è una leggenda del cricket in Italia: «Ho iniziato a giocare che avevo 10 anni in Sri Lanka. Ho giocato fino alla nazionale under 19», ricorda Kamal. Poi nel 1980 dopo essersi rotto il ginocchio (giocando a calcio però) è partito per l’Italia per raggiungere il fratello: «Sono arrivato a Roma che era un venerdì. La domenica ero già in campo nella squadra locale. Da queste parte i giocatori di talento vanno a ruba».

Kamal è poi diventato uno dei leader anche della nazionale italiana, per via di una deroga che consente di schierare una quota di stranieri residenti in Italia da almeno sette anni. «Nel 2003 ho fondato questa squadra sulle ceneri del Brera Cricket Club», ricorda con impassibile nostalgia. Nell’universo dei Kingsgrove oggi gravitano una cinquantina di ragazzi tra i 13 e i 40 anni. In campo si va in undici. «Per giocare in serie A dobbiamo schierare almeno cinque giocatori di passaporto italiano. L’unico in realtà anche d’origine sono io. Ho imparato a giocare a cricket due anni fa. Per girare un documentario su questa realtà: mi sono ritrovato campione d’Italia», racconta Michele Comi.

L’inverno per il cricket è una stagione di letargo. Il campionato dura quattro mesi e si gioca da aprile a luglio, quando le giornate si allungano e le condizione climatiche sono ottimali. Non si gioca con il freddo (la pallina è un sasso in grado di spaccare le mani) e con la pioggia (si scivola). Da anni la squadra sopravvive (ad alti livelli) nonostante il budget ristretto. «I ragazzi pagano per giocare, una quota intorno a 150 euro per coprire le spese delle trasferte, ma ciascuno dà quello che può. Ci aiuta qualche bando del Comune, il resto lo metto io», spiega Thilini. Un presidente come se ne vedono pochi. È arrivata al campo raccogliendo a casa i giocatori senza macchina. E quando durante il match salta fuori che i due ragazzi che dovevano ritirare l’ordine di riso biryani da un ristorante etnico per il picnic dopo partita si sono dimenticati, Thilini è la prima a mettersi al volante.